Periodico sulle tendenze dell’Economia in Toscana

SCM SIM al fianco delle PMI: capitali, competenze e continuità

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Proteggere il valore costruito dagli imprenditori significa oggi guardare oltre la gestione finanziaria: servono pianificazione, visione e strumenti capaci di accompagnare imprese familiari e territori in una fase di profonda trasformazione

Antonello Sanna, Amministratore Delegato di SCM SIM S.p.A., approfondisce il ruolo della consulenza patrimoniale e strategica a supporto di imprenditori, famiglie e aziende. Al centro dell’intervista, il tema della continuità generazionale, della valorizzazione del family business e della capacità delle PMI toscane di affrontare innovazione, instabilità e nuove esigenze di competitività.

La Toscana è fatta di imprese familiari, distretti e patrimoni imprenditoriali costruiti nel tempo. Quanto conta oggi proteggere questo capitale come leva di continuità e sviluppo?

«Come ben sanno gli imprenditori, il family business è la spina dorsale dell’economia italiana. Sebbene la letteratura sul tema guardi spesso ai colossi americani, la nostra economia si fonda su imprenditori visionari e tenaci, abituati a lavorare in una dimensione familiare e a fare della leadership “eroica” il proprio asset distintivo.

È un modello che ha dimostrato solidità anche durante la pandemia, confermando la propria validità; ma che, al tempo stesso, rivela tutta la sua fragilità nel momento in cui il fondatore sceglie di cedere o di lasciare l’impresa. Si tratta di una sfida centrale per il nostro Paese, che affronta una carenza di giovani senza precedenti storici.

Antonello Sanna

Esistono strumenti e soluzioni in grado di aiutare il family business a sopravvivere alla prima generazione, ma occorre che tutti gli attori – imprenditori, consulenti, istituzioni – sviluppino un senso autentico di urgenza. La politica è troppo spesso distratta da emergenze contingenti e le tensioni geopolitiche non facilitano il mantenimento del focus sulle reali necessità del tessuto economico. È tempo di costruire insieme iniziative concrete».

Il passaggio generazionale è una sfida cruciale per molte PMI italiane. Quali criticità incontrate più spesso e quanto pesa una pianificazione costruita per tempo?

«È la vera sfida del nostro Paese per i prossimi anni. Gli imprenditori italiani sono figure difficilmente replicabili: portatori di un’attitudine al rischio fuori dal comune, plasmati da esperienze irripetibili. Oggi si trovano a gestire questa complessità in un contesto di cambiamento tecnologico accelerato, che impone di integrare l’innovazione nei processi esistenti per mantenere la competitività. È una sfida che richiede aggiornamento continuo, apertura mentale e il coraggio di rimettere in discussione prassi consolidate nel tempo. È facile intuire quanto sia difficile, per chi ha costruito il successo con le proprie mani, accettare di essere affiancato in un momento così delicato.

Il nostro lavoro consiste proprio in questo: superare le diffidenze, dimostrare competenza e affidabilità, e immaginare insieme all’imprenditore il futuro dell’azienda – che sarà, necessariamente, diversa da quella di oggi».

In un contesto segnato da instabilità e trasformazione dei mercati, come è cambiato il ruolo di SCM SIM nel supportare imprenditori, famiglie e aziende?

«La pianificazione patrimoniale è lo strumento con cui la famiglia e l’imprenditore possono garantire la continuità aziendale. Richiede visione, progettazione del futuro, analisi dei rischi e capacità di anticipare le difficoltà prima che si manifestino. D’altra parte, l’imprenditore italiano lo ha sempre fatto – spesso in modo meno strutturato, ma chi ha avuto successo lo ha fatto.

Il nostro ruolo è cambiato radicalmente. Siamo partiti come consulenti finanziari in senso classico: analisi dei mercati, ricerca delle migliori opportunità, supporto alle famiglie nella gestione degli investimenti. Qualche anno fa abbiamo capito che non bastava. Occorreva scendere nell’economia reale, fatta di ostacoli concreti, e trovare soluzioni innovative e intelligenti per superarli.

Il tutto amplificato da un quinquennio che speriamo irripetibile: la pandemia, l’invasione dell’Ucraina, l’esplosione dell’inflazione, il 7 ottobre, la seconda presidenza Trump, la guerra in Medio Oriente. Viviamo in un disordine strutturale e il contesto cambia con una velocità che non lascia spazio alle certezze. I nostri imprenditori non sanno più quale prezzo applicare, perché le materie prime oscillano al ritmo delle tensioni geopolitiche, i dazi americani si ridisegnano di continuo, il costo del petrolio – e quindi dei trasporti – è imprevedibile. Eppure andiamo avanti, e il Paese ha dimostrato ancora una volta una straordinaria capacità di adattamento. Anche noi abbiamo capito che i bisogni della clientela sono mutati: si cerca comprensione dei fatti, lettura delle conseguenze, orientamento su come comportarsi. La tradizionale avversione al rischio italiana si sta trasformando in voglia di iniziativa – individuale o in piccole aggregazioni capaci di trovare soluzioni replicabili e condivise. Il proverbiale ingegno italiano, appunto. Noi siamo i partner di questo cambiamento, perché abbiamo scelto di cambiare con lui».

Guardando alla Toscana dei prossimi anni, quali condizioni servono per valorizzare imprese, capitali e competenze, favorendo continuità generazionale e innovazione?

«La Toscana ha un tessuto imprenditoriale eccezionale, e il compito di chi ci lavora è valorizzarlo rispettandone le caratteristiche più profonde. Ne consegue che l’ecosistema del futuro deve essere fortemente radicato sul territorio, capace di generare aggregazioni che consentano uno scambio costante di esperienze e buone pratiche. Prendiamo l’intelligenza artificiale: è uno strumento potente, in grado di ridurre i costi e accelerare i processi in modo significativo. Ma non è di facile implementazione. Ha senso che ogni imprenditore affronti da solo, con fatica e risorse proprie, un percorso di sperimentazione che finirà per selezionare solo i più ostinati, lasciando indietro chi ha meno energie o meno mezzi?

Una selezione darwiniana, in luogo di un cammino condiviso in cui tutti beneficiano delle economie di scala, non è la risposta giusta. L’ecosistema dovrebbe essere in grado di coagulare forze e impegni, rendendo l’innovazione una cultura comune. La domanda a cui tutti devono rispondere, prima ancora di pensare agli strumenti, è una sola: siete pronti a essere gli imprenditori del futuro?».

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Immagine di Cinzia Funcis
Cinzia Funcis
Coordinatrice di redazione e giornalista

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