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Castello di Ama, il valore dell’identità nel turismo del vino

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Tra identità e territorio: Arturo Pallanti racconta il modello Castello di Ama in una riflessione sul futuro dell’enoturismo, dal rischio del lusso omologato alla necessità di fare sistema in Toscana

C’è un’idea di turismo che consuma i luoghi e un’altra che li attraversa davvero. Per Arturo Pallanti, nuova generazione di Castello di Ama, il punto di partenza resta sempre lo stesso: il vino non può essere separato dal paesaggio, dalle persone e dalla memoria che lo circondano. In questa conversazione parla di ospitalità come forma di comunicazione, del rapporto tra arte contemporanea e territorio, del rischio di un lusso omologato e della necessità, per il Chianti e la Toscana, di costruire una visione comune.

Negli ultimi anni il turismo legato al vino è cambiato molto: quanto conta oggi costruire un’esperienza culturale attorno al prodotto rispetto alla sola qualità della produzione?

«È fondamentale. Io ho iniziato a lavorare ad Ama nel 2001 occupandomi dell’ospitalità e l’ho sempre vista come uno strumento di comunicazione, prima ancora che come un’attività economica. Non basta offrire le colline belle, la piscina e un modello di ricettività fermo all’idea tradizionale di agriturismo. Oggi, bisogna creare un’esperienza che lasci un ricordo. Quel ricordo poi torna quando una persona ritrova la tua bottiglia o beve il tuo vino: lì nasce il vero valore aggiunto. Perché il vino non è semplicemente una bevanda: è condivisione, memoria di un luogo, legame con una terra e con chi la vive. Quando parliamo di terroir, in fondo, parliamo proprio di questo. Noi non facciamo pubblicità nel senso tradizionale del termine. Il nostro modo di comunicare è far venire le persone qui, far vivere loro il borgo, il paesaggio, il tempo trascorso ad Ama. È un modo autentico di costruire identità. Anche l’ospitalità, per noi, ruota sempre attorno al vino: visite, degustazioni, tavola, convivialità. Tutto parte da lì. È il modo più forte per affermare ciò che rende un’azienda unica, perché ogni azienda è uguale soltanto a se stessa». L’arte contemporanea a Castello di Ama non è un elemento decorativo, ma parte dell’identità del luogo. Come è cambiato il pubblico e che tipo di attrattività genera oggi questo dialogo tra arte e territorio?

Arturo Maria Pallanti. Photo Credit: Francesca Madiai
Arturo Maria Pallanti

«L’arte contemporanea, per noi, non viene prima del luogo – viene dopo. Non è Ama ad essere speciale perché ospita opere d’arte; semmai è successo il contrario. Siccome questo luogo possiede una sua anima, una sua energia particolare, abbiamo chiesto agli artisti di confrontarsi con questa presenza. Io faccio fatica ad immaginare un’arte credibile scollegata da questo rapporto con il luogo. Personalmente, non amo molto l’idea, un po’ retorica, secondo cui “il vino è arte” – se tutto è arte, allora niente lo è davvero. Per me vino e arte restano distinti, ma trovano un punto d’incontro nel territorio e nelle persone. Più che riempire le aziende di opere, forse servirebbe personalità. Mi interessa di più un’idea autentica che un intervento artistico usato come decorazione o come scorciatoia identitaria». Il turismo di fascia alta viene spesso indicato come modello sostenibile, ma comporta anche forti trasformazioni nei territori. Quali sono, dal vostro osservatorio, le opportunità e i rischi principali?

«È un tema delicato. Io vivo tra il Chianti e Firenze e il turismo lo vedo ogni giorno. Credo esistano diversi modi di viaggiare: c’è un turismo che trasforma i luoghi in “non luoghi”, che li svuota della loro identità. Ma esiste anche un turismo più consapevole, che è quello a cui guardiamo noi: persone che cercano un rapporto autentico con il luogo. Non è una questione economica, ma di atteggiamento. Il punto è creare un contatto reale tra chi ospita e chi arriva. L’Italia avrebbe tutte le possibilità per puntare a questo livello di turismo, perché possiede un patrimonio straordinario, ma bisogna valorizzare ciò che rende ogni posto unico. Se qui ad Ama proponessimo semplicemente una stanza identica a quella di un grande hotel internazionale, perderemmo la nostra identità. Il rischio del lusso omologato è diventare sostituibili». Nel caso di Ama convivono agricoltura, produzione culturale e ospitalità internazionale. Quanto è complesso tenere insieme queste dimensioni anche sul piano gestionale e imprenditoriale?

«Per noi è più semplice di quanto possa sembrare, perché abbiamo sempre chiaro qual è il centro di tutto: fare vino. L’ospitalità, l’arte, le attività culturali nascono da lì. Non ci siamo mai percepiti come operatori turistici nel senso classico del termine. Siamo produttori di vino e il resto deve essere coerente con questa idea». Guardando al futuro del Chianti e della Toscana, quale pensa sarà il vero elemento distintivo per restare competitivi nel panorama internazionale?

«Il Chianti ha caratteristiche molto forti: il paesaggio, la pace delle colline, un equilibrio che gli stranieri spesso hanno compreso prima di noi. Tutto questo va valorizzato ancora di più. Ma se penso alla Toscana nel suo insieme, credo che il vero salto di qualità potrebbe arrivare dalla coesione: dovremmo imparare a presentarci come un sistema, cosa che oggi non succede abbastanza. In Toscana spesso prevalgono realtà isolate, mondi separati che dialogano poco tra loro. Eppure, credo che il futuro passi proprio dalla capacità di costruire un’identità condivisa».

 

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Immagine di Simona Savoldi
Simona Savoldi
Iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte dal 2008, collabora con Italia Economy occupandosi di innovazione e impresa. Dopo esperienze in redazioni di quotidiani, televisioni e magazine, affianca all’attività giornalistica quella di ufficio stampa, con particolare attenzione a startup, cultura e realtà emergenti.

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