Unifi: co-progettazione con le imprese, spinta sulle discipline STEM e contrasto al brain drain. Così l’Università di Firenze diventa motore di sviluppo e inclusione per la Toscana
L’Università degli Studi di Firenze rappresenta uno dei principali presidi di conoscenza, ricerca e formazione della Toscana. In una fase in cui il territorio è chiamato a ripensare il proprio modello di crescita, quale ruolo può svolgere l’Ateneo nel rafforzare il dialogo tra mondo accademico, imprese, istituzioni e filiere produttive?
«L’Università può svolgere un ruolo decisivo come facilitatore di connessioni e come infrastruttura stabile di innovazione per il territorio, mettendo a sistema il patrimonio di conoscenza acquisita mediante formazione, ricerca, brevetti, licenze, pubblicazioni, consulenze e attività conto terzi. Si tratta di un dialogo continuo con imprese, istituzioni e filiere produttive, che rafforza il modello cooperativo che ha sostituito, in tempi recenti, le collaborazioni occasionali.

I progetti PNRR hanno consentito il reclutamento e la formazione di nuovo personale – oggi in via di stabilizzazione anche nel Knowledge Transfer Office – per supportare la fase di brevettazione e altre forme di privativa e il loro sviluppo in progetti di ricerca applicata, ma va potenziata la consapevolezza del valore imprenditoriale delle idee: il nuovo regolamento, che riconosce le iniziative promosse da soli studenti, mira a sostenere la nascita di spin off e start up. La Toscana ha distretti e specializzazioni riconoscibili e l’Ateneo può favorire laboratori congiunti e di innovazione, accesso alle competenze scientifiche e inserimento di giovani ricercatori in azienda, anche attraverso dottorati industriali e iniziative in collaborazione con soggetti del territorio, secondo un modello hub-and-spoke. Il disallineamento tra tempi della ricerca e tempi del mercato può essere superato fin dall’inizio mediante la co-progettazione con manager aziendali, maggiore interdisciplinarità, semplificazione nella gestione dei contratti e uffici, rapporti con le imprese capaci di raccogliere le richieste del sistema produttivo e indirizzarle a dipartimenti e a gruppi di ricerca mirati».
Nel sistema produttivo regionale emerge con forza il tema del disallineamento tra domanda di competenze e offerta formativa, in particolare nei profili tecnico-scientifici e digitali. Quali priorità ritiene decisive per preparare i giovani alle nuove esigenze del lavoro e per rafforzare le competenze STEM a supporto dello sviluppo della Toscana?
«Le competenze digitali, l’analisi dei dati, l’intelligenza artificiale, la programmazione di base e la transizione ecologica devono entrare anche nei percorsi umanistici, sociali ed economici, attraverso moduli trasversali, micro-credenziali e attività formative flessibili: esperienze come il Corso Zero sullo sviluppo sostenibile mostrano la possibilità di creare competenze comuni e diffuse.
Hackathon, business case, sfide aziendali, laboratori di co-design e tirocini curricolari, avvicinano studentesse e studenti a problemi concreti posti dalle imprese del terri torio, con cui la collaborazione va maggiormente strutturata. Va anche rinnovata la formazione post-laurea, in termini di up-skilling e re-skilling, per sostenere lavoratori, professionisti, imprese e pubblica amministrazione, rispondendo, nello stesso tempo, alle conseguenze di denatalità e invecchiamento della popolazione.
Il mercato del lavoro, inoltre, è ancora condizionato dall’idea che le donne siano meno portate per le discipline tecnico-scientifiche: occorre promuovere una diversa rappresentazione delle carriere STEM, valorizzando le figure femminili che hanno contribuito alla storia della scienza e della tecnologia, portando nelle scuole dell’obbligo scienziate, ingegnere e donne manager, attivando reti di peer mentoring e sponsorship. Il nostro Ateneo sostiene borse di studio per studentesse che scelgono corsi di laurea triennale STEM e promuove una strategia di parità di genere che integra equità, valorizzazione della diversità e prevenzione delle disuguaglianze strutturali; tanto più che le soft skills spesso attribuite alle donne, unite a solide competenze tecniche e scientifiche, possono essere una combinazione decisiva per arricchire imprese, organizzazioni e istituzioni».
La Toscana può contare su un ecosistema articolato di università, centri di ricerca, imprese e distretti industriali. Come si può rendere più efficace il trasferimento di conoscenza dall’università al sistema economico e produttivo, favorendo innovazione applicata, competitività e crescita delle filiere regionali?
«Per rendere più efficace il trasferimento di conoscenza occorre superare una logica episodica e costruire un processo relazionale continuo, creando canali stabili attraverso cui imprese, istituzioni e territori possano accedere alle competenze, ai laboratori e alle infrastrutture dell’Ateneo. L’università può favorire reti, accordi, progetti comuni, per sostenere le piccole e medie imprese che spesso non dispongono di strutture interne dedicate alla ricerca e sviluppo, facilitando processi di aggregazione e collaborazione, per aumentare la capacità di assorbire innovazione. Nei laboratori congiunti e di innovazione, ricercatori, imprese e studenti lavorano su problemi applicativi condivisi, permettendo anche alle realtà più piccole di sperimentare tecnologie, verificare processi e sviluppare prodotti. L’Università deve estendere l’innovazione sul territorio collaborando con enti pubblici e associazioni di categoria, favorendo la creazione di un unico punto di accesso per ascoltare le aziende e traducendo i loro bisogni in progetti di ricerca, intercettando bandi e superando il vecchio modello lineare in favore della co-creazione di valore tramite competenze, mobilità, dottorati industriali e open innovation».
Attrarre e trattenere giovani talenti è una delle sfide centrali per la competitività futura dei territori. Quali condizioni servono, a suo avviso, per costruire una Toscana più attrattiva per studenti, ricercatori e nuove professionalità, capace di coniugare qualità della formazione, opportunità occupazionali e sviluppo industriale?
«Contrastare il brain drain e trattenere i talenti richiede riforme strutturali che garantiscano formazione, lavoro qualificato e condizioni abitative sostenibili, oltre a incentivi fiscali: servono percorsi di carriera trasparenti, meno burocrazia, più investimenti nella ricerca e un sistema produttivo con salari competitivi. Ma vanno risolti anche altri problemi: il caro affitti, il costo della vita e la carenza di borse di studio penalizzano gli studenti meno abbienti e, per quanto le risorse del PNRR siano state un’opportunità, serve continuità.
A Firenze, una risposta concreta alla crisi abitativa è il futuro studentato Monna Tessa, nato dalla collaborazione tra Ateneo, azienda ospedaliero-universitaria Careggi, Regione Toscana, Fondazione CR Firenze e Cassa Depositi e Prestiti, che sostanzia il ruolo dell’Università come infrastruttura sul territorio, in grado di contribuire a riqualificare la città con progetti edilizi diffusi (tra cui Centro storico, Careggi, Sesto Fiorentino ed ex Meccanotessile).
Occorre potenziare i collegamenti lungo i principali assi (Firenze-Prato-Pistoia, Valdarno, Empoli) e verso le aree interne (Mugello, Casentino), connettendo i luoghi della formazione e del lavoro per ridurre le disuguaglianze geografiche, ma tutte queste proposte devono calarsi in un tessuto industriale orientato a ricerca e sviluppo: la nascita di parchi
tecnologici e l’insediamento di grandi imprese in Toscana possono generare occupazione qualificata, contrastando il lavoro povero o poco specializzato.
Da qui, l’ampliamento dei corsi in lingua inglese e il potenziamento della presenza dell’Ateneo nelle reti globali, sfruttando anche i progetti PNRR, nonostante le barriere burocratiche dei visti. L’obiettivo finale non è solo attrarre flussi in entrata, ma creare una reale circolarità di scambi e rientri».




