Dalla Toscana ai mercati internazionali, Menarini conferma il ruolo strategico dell’industria farmaceutica per crescita, innovazione e occupazione qualificata. Lucia Aleotti racconta le condizioni necessarie per continuare a investire in ricerca, competenze e competitività
Lucia Aleotti, Azionista e Consigliere di Amministrazione di Menarini Group, approfondisce il ruolo del gruppo nel sistema industriale toscano e internazionale. Al centro dell’intervista, il legame tra radicamento territoriale e crescita globale, il valore della filiera farmaceutica e delle life sciences, l’urgenza di investire in competenze tecnico-scientifiche e la necessità di rafforzare le alleanze tra imprese, università, ricerca e istituzioni.
Menarini è una realtà internazionale, ma fortemente radicata in Toscana. Quali condizioni servono oggi per crescere sui mercati globali mantenendo identità, innovazione e qualità industriale?
«Quest’anno Menarini celebra i suoi 140 anni. È un traguardo che ci rende orgogliosi e che dimostra come un’impresa possa continuare a crescere nel tempo mantenendo salde le proprie radici. Oggi siamo presenti in 140 Paesi, con oltre 17mila collaboratori nel mondo, ma la nostra casa madre è a Firenze.
Nel 2025 abbiamo raggiunto un fatturato di 4,89 miliardi di euro e investito 540 milioni in ricerca e sviluppo. Sono risultati che nascono da una scelta precisa, che da sempre caratterizza Menarini: reinvestire gli utili nell’azienda, nella ricerca, nell’innovazione e nelle persone. È questo che ci consente di guardare al futuro mantenendo indipendenza, solidità e capacità di investimento.
Oggi, però, la competizione internazionale è sempre più intensa e per le imprese è fondamentale poter contare su un contesto favorevole agli investimenti. Dobbiamo creare le condizioni perché aziende che producono, innovano e fanno ricerca continuino a scegliere l’Italia e i territori in cui sono nate. La sfida della competitività si gioca anche sulla capacità di trattenere investimenti, competenze e produzione, valorizzando il ruolo strategico dell’industria per la crescita del Paese».
Farmaceutica e life sciences sono sempre più strategiche per la Toscana. Che ruolo può avere la filiera della salute nello sviluppo economico del territorio?

«La Toscana è oggi uno dei principali poli farmaceutici europei e rappresenta un asset strategico per il Paese. Il settore è tra i motori dell’export regionale, con circa 11 miliardi di euro di esportazioni, e contribuisce in modo determinante alla crescita industriale del territorio. È una filiera che negli anni ha saputo crescere mettendo insieme ricerca scientifica, capacità industriale e formazione.
Dietro ogni investimento in questo settore, inoltre, non c’è soltanto la possibilità di sviluppare nuove terapie per i pazienti, ma anche la capacità di generare competenze, attrarre investimenti e creare occupazione altamente qualificata. È uno dei pochi ambiti in cui il valore scientifico e quello industriale crescono insieme, contribuendo alla competitività del territorio e alla sua capacità di attrarre nuove opportunità di sviluppo.
Devo rilevare, però, che oggi tutto questo è a rischio, perché i costi con cui si lavora in Italia e in Europa non sono quelli dell’India. Scegliere dove produrre diventa quindi una scelta di campo. E a questa decisione devono corrispondere regole e processi sempre più armonizzati tra le diverse agenzie regolatorie.
La sfida, quindi, è creare un contesto che favorisca gli investimenti e sostenga l’innovazione, continuando a rafforzare il legame tra università, ricerca pubblica e imprese. E soprattutto creare le condizioni perché questi investimenti si traducano in crescita e occupazione sul territorio».
La disponibilità di competenze tecnico-scientifiche e STEM è oggi una sfida centrale. Quanto conta investire nel capitale umano per sostenere ricerca, industria e competitività?
«Conta moltissimo, perché oggi la vera competizione si gioca sempre di più sulle competenze. Nel nostro settore servono ricercatori, ingegneri, data scientist, tecnici specializzati, professionisti in grado di lavorare in contesti sempre più avanzati dal punto di vista tecnologico e scientifico. Eppure, nonostante ci siano opportunità di lavoro qualificate, molte imprese fanno fatica a trovare i profili di cui hanno bisogno.
È il tema del mismatch tra domanda e offerta di competenze, che il Centro Studi Confindustria indica da tempo come uno dei principali vincoli alla crescita del Paese. Oggi quasi sette imprese su dieci segnalano difficoltà nel reperire personale qualificato, soprattutto nelle discipline tecnico-scientifiche. Questo significa che il tema non riguarda soltanto la formazione, ma la competitività stessa del nostro sistema produttivo.
Per questo è fondamentale investire nei percorsi STEM, rafforzare il dialogo tra scuola, università e impresa, valorizzare gli ITS e costruire percorsi formativi sempre più vicini all’evoluzione del mondo del lavoro. Le tecnologie cambiano rapidamente, ma sono le persone che permettono alle aziende di innovare, crescere e creare valore nel tempo. È da qui che passa la capacità dell’Italia e dell’Europa di restare protagoniste nel campo dell’innovazione».
Quali alleanze tra imprese, istituzioni, università e ricerca servono per attrarre giovani talenti, favorire innovazione e consolidare filiere ad alto valore aggiunto?
«In una competizione globale sempre più intensa, nessuna impresa, nessuna università e nessuna istituzione può pensare di poter agire da sola. Servono collaborazioni stabili, capaci di mettere in connessione competenze scientifiche, capacità industriale e investimenti.
In Europa siamo molto forti nella teoria, ma troppo spesso fatichiamo a trasformarla in brevetti, investimenti e crescita industriale. Per questo è fondamentale rafforzare il collegamento tra università, centri di ricerca e imprese, creando percorsi che favoriscano la formazione, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e la valorizzazione delle competenze. La Toscana ha tutte le caratteristiche per farlo: una forte tradizione industriale, eccellenze scientifiche riconosciute e una qualità della vita che rappresenta un elemento di attrattività importante. La sfida è creare le condizioni perché talenti, competenze e investimenti scelgano di restare e crescere qui».




