L’integrazione tra Intelligenza Artificiale e tecnologie Open Source sta aprendo nuove prospettive per il mondo imprenditoriale, offrendo alle aziende strumenti per innovare, ottimizzare i processi e mantenere un maggiore controllo sui dati e sulle infrastrutture digitali. In questo scenario si inserisce l’esperienza di Seacom S.r.l., società italiana di consulenza IT fondata nel 1999 e tra le realtà pioniere nell’adozione di soluzioni Open Source per le imprese, con competenze che spaziano dalla gestione dei dati al cloud, dalla cybersecurity all’AI e all’automazione dei sistemi.
Dal 2021 divenuta Società Benefit, Seacom affianca alla ricerca dell’innovazione un impegno concreto verso la sostenibilità, la trasparenza e la responsabilità sociale. L’azienda è inoltre tra le fondatrici della Rete Italiana Open Source (RIOS), un ecosistema di imprese che promuove soluzioni tecnologiche affidabili, sicure e integrate, favorendo la collaborazione tra aziende, Pubbliche Amministrazioni e partner del settore.
A guidare la riflessione su queste trasformazioni è la dott.ssa Valentina Del Prete, direttrice generale di Seacom, con oltre quindici anni di esperienza nell’Information Technology e competenze che uniscono marketing strategico, innovazione e sviluppo di modelli di business scalabili. Il suo ruolo nel Consiglio di amministrazione del Polo Tecnologico di Navacchio aggiunge alla sua esperienza una prospettiva attenta alle esigenze delle imprese e alle opportunità offerte dagli ecosistemi dell’innovazione.

È proprio nel rapporto tra tecnologia, competitività e responsabilità che si gioca una delle sfide più importanti per il futuro delle aziende: trasformare le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale in applicazioni concrete, accessibili e sostenibili, senza rinunciare alla sicurezza e all’autonomia digitale. Un tema centrale anche per il Polo Tecnologico di Navacchio, impegnato nel sostenere la crescita e la capacità innovativa del sistema imprenditoriale.
Nell’intervista con la dott.ssa Del Prete approfondiamo il ruolo dell’Open Source nell’evoluzione dell’AI, le opportunità per startup e PMI e il valore della collaborazione tra imprese, per comprendere come queste tecnologie stiano ridefinendo il modo di fare innovazione e costruire nuovi modelli di sviluppo.
L’Intelligenza Artificiale sta trasformando profondamente i processi produttivi, organizzativi e decisionali delle aziende. In che modo l’integrazione tra AI e tecnologie Open Source può rappresentare un’opportunità strategica per le imprese italiane, in particolare per le PMI che vogliono innovare senza perdere il controllo sui propri dati e sulle proprie infrastrutture?
«Credo sia ancora presto per comprendere pienamente l’impatto dell’Intelligenza Artificiale all’interno dell’organizzazione aziendale. Oggi viviamo una fase di grande entusiasmo, come una grande bolla simile a quella che accompagnò la diffusione di Internet tra gli anni Ottanta e Novanta. Tuttavia, i modelli di AI con cui interagiamo quotidianamente sembrano aver raggiunto un “plateau”: possiamo quindi iniziare a valutarne gli effetti, distinguendo l’interazione tra uomo e macchina dagli scenari del machine to machine, cioè della comunicazione tra macchine e robot, che potrebbero aprire prospettive ancora difficili da immaginare.
Per come la conosciamo oggi, l’AI è soprattutto un acceleratore: velocizza i processi e amplifica le capacità di chi la utilizza, nel bene e nel male, ma non rappresenta necessariamente una rivoluzione dei modelli organizzativi. Come è accaduto con il passaggio dalla contabilità cartacea ai gestionali, cambiano gli strumenti e aumenta l’efficienza, senza che questo comporti automaticamente un cambiamento radicale nel modo di fare impresa. L’AI, quindi, non è di per sé la soluzione ai problemi né necessariamente un game changer organizzativo.
Il suo impatto è comunque rilevante, soprattutto nella gestione dei dati e nella circolazione della conoscenza. In passato, per sviluppare un progetto si coinvolgevano colleghi con competenze diverse: marketing, area commerciale e tecnici contribuivano insieme, condividendo ragionamenti ed esperienze. Oggi, grazie all’AI, una persona può svolgere autonomamente attività che prima richiedevano il confronto con più professionisti. Il vantaggio in termini di efficienza è evidente, ma rischia di ridurre la condivisione del sapere: le informazioni e i ragionamenti sviluppati restano spesso nell’interazione tra il singolo e la macchina, senza diventare patrimonio comune.
È un tema centrale perché l’organizzazione aziendale non si fonda soltanto su regole e procedure codificate, ma anche su una dimensione informale fatta di priorità, consuetudini e criteri decisionali impliciti. Sono questi “non detti”, che emergono attraverso il lavoro di squadra, a trasmettere la cultura aziendale e a orientare concretamente le decisioni.
La vera sfida, dunque, è capire con chi e come costruiamo la conoscenza d’impresa. Se l’interazione con l’AI favorisce percorsi individuali e compartimentati, rischiamo di perdere quella costruzione collettiva del pensiero che, attraverso il confronto tra colleghi, contribuisce a far crescere l’organizzazione.»
In un mercato in cui poche grandi aziende tecnologiche concentrano risorse, infrastrutture e sviluppo dell’AI, l’Open Source può offrire un’alternativa concreta per ridurre la dipendenza dai grandi fornitori e garantire maggiore trasparenza, flessibilità e sicurezza? Quali sono i principali vantaggi e le criticità che le imprese devono considerare nell’adottare queste soluzioni?
«L’Open Source offre già oggi soluzioni concrete. Lo scenario geopolitico ha ridisegnato gli equilibri tecnologici e messo in discussione la vecchia convinzione secondo cui gli Stati Uniti innovano, l’Europa regolamenta e la Cina rappresenta soltanto una grande dittatura. Oggi la Cina è protagonista dell’innovazione e rilascia numerosi modelli Open Source. Del resto, questo è uno dei pochi modelli economici non basati sulla vendita di un prodotto ad aver dimostrato di funzionare in un sistema capitalistico: esiste da oltre quarant’anni, ha una diffusione globale e costituisce la base di circa il 97% del software che utilizziamo quotidianamente. È dunque un modello di successo, la cui importanza è stata ulteriormente amplificata dall’Intelligenza Artificiale, rendendo l’Open Source accessibile a un pubblico sempre più ampio.
Il problema non è tanto individuare i rischi dell’Open Source, quanto imparare a utilizzarlo in modo consapevole, evitando di creare nuove dipendenze tecnologiche. Queste, infatti, non riguardano soltanto il modello adottato, ma anche le interfacce e le abitudini operative. Uno strumento di AI, anche se Open Source, che si integra con un semplice clic alla posta elettronica e al calendario può diventare il primo passo verso una dipendenza dal sistema.
Il consiglio che darei alle imprese, ma anche a chi utilizza la tecnologia nella vita quotidiana, è di porsi sempre una domanda prima di adottare una soluzione: quanto mi costerà uscirne? È necessario valutare fin dall’inizio quanto sarebbe difficile abbandonare uno strumento e tornare a svolgere autonomamente determinate attività. Se, per esempio, arriviamo al punto di non essere più in grado di leggere e gestire un’e-mail senza l’aiuto dell’AI, significa che abbiamo sviluppato una dipendenza cognitiva.
La questione, quindi, va oltre la scelta tra software proprietario e Open Source. Non basta adottare un modello aperto per essere liberi da ogni vincolo: occorre imparare a riconoscere le diverse forme di dipendenza, tecnologica, operativa e cognitiva, e valutare ogni soluzione anche in funzione della propria capacità di poterne fare a meno.
Molte aziende guardano all’Intelligenza Artificiale con interesse, ma spesso faticano a trasformare le potenzialità della tecnologia in risultati concreti. Forte della sua esperienza nella direzione strategica e nello sviluppo di modelli di business scalabili, quali ritiene siano i passaggi fondamentali per integrare efficacemente l’AI nei processi aziendali? E quale ruolo può svolgere l’Open Source nel rendere questa transizione più accessibile, sostenibile e misurabile?
«L’Intelligenza Artificiale è un acceleratore di processi esistenti, non un nuovo modello di organizzazione aziendale. È un po’ come chiedersi, vent’anni fa, in che modo Internet potesse migliorare l’organizzazione aziendale di un’impresa: la tecnologia è un abilitatore, ma non risolve automaticamente i problemi. L’AI amplifica ciò che trova, nel bene e nel male: accelera le virtù di un’organizzazione efficiente, ma può esasperarne anche i difetti se l’azienda ha dei difetti.
Per questo, il primo passo è ripensare i processi aziendali alla luce delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. L’AI diventa così un’occasione per individuare inefficienze, colli di bottiglia, criticità nella circolazione delle informazioni e lacune nella condivisione della conoscenza, fino ai livelli più operativi dell’organizzazione. Si tratta di problemi che accompagnano le imprese da quando è iniziata la letteratura dell’organizzazione e che oggi possiamo affrontare anche attraverso strumenti capaci di rendere più efficienti attività e procedure.
Perché molti progetti di Intelligenza Artificiale non raggiungono i risultati attesi? A mio avviso, il problema nasce dall’aspettativa che la tecnologia possa risolvere quasi magicamente le criticità aziendali. Ma purtroppo non è così! Si sente spesso affermare che soltanto una piccola percentuale di questi progetti, intorno al 7%, arriva a buon fine. Al di là delle stime, il punto è comprendere che, senza una revisione dei processi e una gestione consapevole dell’organizzazione aziendale, l’AI rischia di produrre più problemi che benefici. In un’azienda caratterizzata da una governance debole o da scarsa attenzione alle procedure, la tecnologia può amplificare le inefficienze anziché correggerle.
Per quanto riguarda l’Open Source, personalmente ritengo preferibile orientarsi verso modelli aperti, prestando particolare attenzione al governo delle informazioni aziendali. I dati devono rimanere sotto il controllo dell’impresa: perderne la gestione significa esporsi al rischio di dipendere da soggetti esterni, fino a non poter più accedere alle proprie informazioni. Sarebbe come affidare il gestionale e le proprie fatture a qualcuno che, un giorno, potrebbe impedirci di utilizzarli. Questo è il presupposto fondamentale, il problema numero zero: può sembrare scontato, ma non lo è affatto.»
Seacom è tra le aziende fondatrici della Rete Italiana Open Source (RIOS), nata per promuovere competenze, soluzioni e collaborazioni in ambito enterprise. Quanto è importante oggi superare una logica di competizione esclusiva per costruire ecosistemi capaci di condividere conoscenze, integrare tecnologie e accelerare l’innovazione? E in che modo questo modello può favorire la crescita delle startup e la competitività del sistema produttivo italiano?
«Questo è un tema centrale, soprattutto in un mercato frammentato come quello italiano, composto in larga parte da piccole e medie imprese. Dal punto di vista di chi abilita l’innovazione tecnologica, la sfida è favorire la collaborazione tra realtà diverse. È proprio il lavoro che portiamo avanti al Polo Tecnologico di Navacchio, mettendo in relazione le “aziende tradizionali” del territorio, per le quali l’innovazione non rappresenta il core business, con il mondo della tecnologia. Un passaggio tutt’altro che semplice, ma indispensabile per accompagnare le imprese nel cambiamento.
L’Intelligenza Artificiale può contribuire ad aprire nuove prospettive, anche se personalmente ritengo che l’attuale entusiasmo possa ridimensionarsi nell’arco di un paio d’anni, quando sarà più chiaro che non siamo necessariamente di fronte a una rivoluzione capace di cambiare ogni regola. Dovremmo però sfruttare questa fase per far comprendere alle imprese tradizionali che, senza tecnologia e collaborazione, è difficile costruire percorsi di crescita solidi e duraturi.
In questo senso, l’Open Source offre un modello particolarmente interessante. Uno dei suoi aspetti più significativi è la capacità di coinvolgere persone che contribuiscono spontaneamente allo sviluppo di software distribuito spesso in forma gratuita, talvolta portati avanti per anni da comunità indipendenti, anche in assenza di un ritorno economico diretto. Naturalmente, possono esistere benefici indiretti per chi sviluppa e utilizza queste soluzioni, ma resta centrale il principio secondo cui una comunità può costruire qualcosa che genera valore per tutti coloro che ne beneficiano.
È proprio questa la lezione più importante dell’Open Source: dimostrare che la collaborazione può rappresentare un motore di innovazione e crescita. La condizione è che il valore prodotto non venga monopolizzato da un singolo soggetto che intenda appropriarsene per trarne profitto. Il ritorno economico può certamente esistere, ma dovrebbe derivare dai servizi e dalle opportunità generate dall’utilizzo di ciò che viene costruito insieme, non dal controllo esclusivo sulla collaborazione stessa. È un principio fondamentale per sviluppare ecosistemi capaci di sostenere l’innovazione, favorire la crescita delle imprese e rafforzare la competitività del sistema produttivo.»
Nel suo ruolo di membro del Consiglio di Amministrazione del Polo Tecnologico di Navacchio, come valuta l’impatto che l’integrazione tra AI e Open Source potrà avere sul futuro dell’imprenditoria, soprattutto in Toscana? Quali iniziative e percorsi di accompagnamento possono aiutare startup e PMI a cogliere queste opportunità, coniugando competitività, sicurezza dei dati e innovazione responsabile? E quale contributo può offrire, in questa prospettiva, l’esperienza di Seacom come Società Benefit?
«I percorsi di innovazione devono essere trasversali e partire da una revisione dei processi aziendali, non limitarsi all’introduzione dell’AI. So perfettamente che tornare a esaminare i processi può sembrare poco entusiasmante per chi fa impresa, ma è proprio da lì che bisogna cominciare: individuare inefficienze, abitudini consolidate e colli di bottiglia che frenano la crescita. L’AI può offrire strumenti molto più potenti rispetto al passato per affrontare queste criticità, ma occorre prima capire dove e come intervenire.
L’intelligenza artificiale deve essere utilizzata in modo consapevole, con una gestione adeguata, dati custoditi in ambienti sicuri e nel rispetto del quadro normativo europeo, che svolge un ruolo importante nella tutela dei diritti. La speculazione tecnologica può generare facili aspettative, ma non garantisce risultati concreti. Il vero cambio di paradigma consiste nel migliorare i processi e solo successivamente accelerarne l’evoluzione grazie all’AI. Se, infatti, velocizziamo un processo inefficiente senza correggerlo, non lo rendiamo più efficace: semplicemente, ne acceleriamo le inefficienze.
Questo approccio è particolarmente importante per il tessuto imprenditoriale toscano, profondamente legato a tradizioni, competenze e valori che rappresentano una parte significativa del patrimonio produttivo italiano e della sua capacità di esportare nel mondo. La sfida non è abbandonare questa identità in nome dell’innovazione, ma valorizzare ciò che sappiamo fare, migliorando al contempo gli aspetti in cui siamo meno efficienti.
Dobbiamo quindi creare un legame virtuoso tra tradizione e innovazione, mantenendo salde le nostre radici e i valori del Made in Italy. L’Intelligenza Artificiale può aiutarci a rafforzare la competitività delle imprese, a condizione che venga considerata uno strumento per accelerare il miglioramento e non una soluzione automatica capace di sostituire la cultura aziendale o trasformare da sola i modelli organizzativi. È da questa consapevolezza che può nascere un’innovazione realmente sostenibile e responsabile».




