Dario Fabbri a Prato per Pratofutura: “Il ritorno dei popoli” riempie il Teatro Garibaldi
Tutto esaurito al Teatro Garibaldi Milleventi per l’incontro con l’analista geopolitico su guerra in Iran, crisi americana, Russia e Cina. Un teatro gremito, biglietti esauriti in poche ore e decine di persone rimaste fuori: è la cornice in cui lunedì 20 aprile, al Teatro Garibaldi Milleventi di Prato, si è svolto l’incontro organizzato da Pratofutura con l’analista geopolitico Dario Fabbri dal titolo “Il ‘ritorno’ dei Popoli: la Geopolitica Umana oltre l’Economia”. A moderare il dialogo con l’ospite il consigliere dell’associazione Matteo Manera; ad aprire la serata il presidente di Pratofutura Stefano Luccisano. L’incontro, pensato quando l’attenzione pubblica era ancora concentrata sul post Davos, è arrivato in un momento in cui lo Stretto di Hormuz resta di fatto chiuso, il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile e la tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran — entrata in vigore l’8 aprile — è attesa alla scadenza del 22 aprile. Un contesto che ha reso l’appuntamento ancora più attuale.
“Che i biglietti siano finiti in pochissimo tempo è un dispiacere, ma anche un segnale importante — ha detto Stefano Luccisano aprendo la serata —. Significa che in città c’è fame di conoscenza, voglia di capire, bisogno di risposte vere in un tempo in cui le domande si moltiplicano più in fretta delle certezze. E questo, per chi come noi fa cultura da oltre quarant’anni, è la migliore conferma che stiamo facendo la cosa giusta”. Il presidente ha ricordato la natura di Pratofutura — think tank socio-economico nato nel 1983, tra i più longevi d’Italia — e l’idea che ne guida il lavoro: “una città che non pensa in grande si rimpicciolisce. E Prato — città manifatturiera, città di flussi, città che da sempre dialoga con il mondo intero, a volte senza nemmenorendersene conto — in grande deve pensare per forza”. Luccisano ha poi sottolineato l’accelerazione degli eventi internazionali: “Facciamo fatica a tenere il passo delle notizie, figuriamoci a capirle davvero. Per questo abbiamo invitato una voce che aiuta a vedere meglio”.
A introdurre e condurre il dialogo con l’ospite è stato il consigliere di Pratofutura Matteo Manera, che ha esplicitato il senso dell’iniziativa: “L’intento della serata era fornire ai soci e alla cittadinanza degli strumenti alternativi di interpretazione della realtà, in un momento in cui il mondo pare impazzito, che non riusciamo più a leggere con le lenti classiche. L’acume di Fabbri, con il suo approccio multidisciplinare della Geopolitica Umana, ci ha permesso di affrontare e comprendere in modo originale i principali teatri d’azione globali”.
“Secondo Fabbri — ha proseguito Manera — il motore primo delle storie del mondo non va rintracciato nei comunicati stampa dei leader o nella cronaca quotidiana, ma nelle pulsioni profonde dei popoli, che affondano le loro radici in questioni secolari, imprescindibili se vogliamo comprendere in modo lucido il perché di ciò che a primo impatto appare come imperscrutabile. Conoscere ciò che si muove sotto la pelle del mondo diviene quindi l’unico modo per farsi un’idea scevra della confusione apparente che contraddistingue i nostri tempi, necessario e fondamentale per poter affrontare la realtà corrente, sia da cittadino che da imprenditore”.
Sette le direttrici aperte dal moderatore Matteo Manera: il metodo della geopolitica umana, la crisi americana, la guerra in Iran e il ruolo dello Stretto di Hormuz, il conflitto russo-ucraino e il rapporto con l’Unione Europea, la demografia come variabile strategica, la proiezione cinese — con un rimando esplicito alla comunità cinese più numerosa d’Europa che vive e lavora proprio a Prato — e la competizione con la Turchia, avversario geopolitico e concorrente industriale diretto del distretto tessile pratese. “La geopolitica umana studia l’interazione tra collettività collocate nello spazio geografico, calandosi nello sguardo altrui — ha spiegato Fabbri introducendo il proprio metodo —. Non sono i singoli leader a determinare la storia, ma le aggregazioni umane: le tribù, le città, gli Stati-nazione, gli imperi. I capi, nella migliore delle ipotesi, incarnano lo spirito del tempo. Per capire davvero quello che accade servono antropologia, psicologia collettiva, demografia, geografia, storia, etnografia, linguistica: un prisma, non una lente unica”. Sugli Stati Uniti, Fabbri ha parlato di una potenza attraversata da “una crisi profonda, identitaria, non solo politica”: “Washington sta ridefinendo i termini del proprio impegno all’estero, e questo costringe gli alleati storici — Europa in testa — a ripensare una sicurezza che per ottant’anni hanno dato per scontata. Non è un problema di amministrazione, è un problema di popolo: l’America non si riconosce più nella proiezione globale costruita nel dopoguerra”. Sulla cosiddetta terza guerra del Golfo, l’analisi è stata netta: “Le guerre non si misurano dai bersagli colpiti, ma dagli obiettivi strategici raggiunti e dagli equilibri che lasciano dietro di sé. L’Iran ha resistito all’attacco congiunto di due delle maggiori potenze militari del pianeta, ha reso Hormuz un’arma politica, ha riportato il petrolio sopra i 100 dollari e ha messo in discussione il principio che ha retto la globalizzazione: il controllo americano dei mari. Con questi criteri, chi sta vincendo non è chi ha bombardato di più”. Sul conflitto russo-ucraino, Fabbri ha insistito sulla distanza tra la lettura occidentale e la psicologia profonda del popolo russo: “Continuiamo a confondere le intenzioni di Putin con le pulsioni di un popolo che ha un senso di accerchiamento atavico e una necessità quasi esistenziale di spazio. Finché non capiremo che non si tratta solo di un leader, ma di un popolo che percepisce la propria sopravvivenza come legata alla profondità strategica, non troveremo alcun equilibrio stabile con Mosca”. Sulla demografia, Fabbri ha invitato a spostare lo sguardo: “In Italia e in Europa la trattiamo come un problema di welfare o di pensioni. È invece la prima variabile geopolitica. Un continente che smette di fare figli smette progressivamente di contare, perché la proiezione nel mondo la fanno i popoli che hanno un’eccedenza da spendere. Non è un destino, ma è una forza di gravità con cui bisogna fare i conti lucidamente”. Il rimando a Prato è stato esplicito sul tema cinese: “Quella pratese è in piccolo un laboratorio di qualcosa di molto più grande. La Cina proietta se stessa nel mondo anche attraverso le proprie diaspore, che restano legate alla madrepatria in modo diverso da come noi europei siamo abituati a immaginare. E Taiwan non è solo un tema di sovranità: è il test della capacità americana di continuare a proteggere i propri alleati”.
A chiudere il dialogo, una domanda pensata appositamente per l’uditorio di imprenditori, professionisti e amministratori di Pratofutura: se demografia, geografia e psicologia collettiva sono così determinanti, quanto spazio resta al coraggio politico e all’intuizione imprenditoriale? “Le forze di gravità della storia esistono e vanno riconosciute — ha risposto Fabbri — ma chi governa un Paese o un’impresa non può permettersi di essere fatalista. Il margine di scelta esiste, ed è esattamente dove si gioca il valore di una classe dirigente consapevole: nel riconoscere i vincoli e, dentro quei vincoli, decidere la rotta”.
“Abbiamo voluto questa serata perché Prato merita analisi non banali su quello che sta succedendo nel mondo — commenta Stefano Luccisano, presidente di Pratofutura —. La risposta del pubblico ci dice che il nostro territorio è pronto a confrontarsi con una chiave di lettura più profonda, che tenga insieme demografia, antropologia, economia e geografia. Per una città manifatturiera, aperta ai flussi e direttamente esposta alla concorrenza internazionale — dalla Turchia alla Cina — non è un lusso intellettuale: è una necessità competitiva. Pratofutura continuerà a portare in città voci di questo livello”.
CHI È PRATOFUTURA Pratofutura è un’associazione culturale nata nel 1983, uno dei think tank socio-economici più longevi d’Italia. Riunisce imprenditori, professionisti, accademici e cittadini intorno all’obiettivo di leggere Prato e contribuire a immaginarne il futuro, con una linea di lavoro che oggi si articola su tre pilastri: intelligenza artificiale e tecnologia, innovazione organizzativa e finanza alternativa.




