Open Innovation, AI e Made in Italy: Nana Bianca racconta come l’innovazione passa dalle start up all’industria
Italian Lifestyle si conferma piattaforma strategica di Open Innovation, capace di mettere in relazione start up e grandi imprese per rendere l’innovazione concreta e scalabile. Nana Bianca svolge un ruolo di mediazione culturale e industriale, trasformando le start up in veri centri di R&S esterni alle corporate. Firenze emerge come laboratorio permanente di talento e progettualità, nodo chiave per un modello di sviluppo innovativo ad alto valore tecnologico.
Si è conclusa lo scorso 22 gennaio la quarta edizione del programma di Open Innovation promosso da Intesa Sanpaolo Innovation Center e Fondazione CR Firenze, realizzato in collaborazione con Nana Bianca e la Fondazione per la Ricerca e l’Innovazione dell’Università di Firenze. L’iniziativa, ormai punto di riferimento nel panorama dell’innovazione nazionale, si pone l’obiettivo di accompagnare la crescita delle imprese italiane, favorendo lo sviluppo di nuovi modelli di business e la valorizzazione del Made in Italy attraverso ricerca, tecnologia e competenze. Abbiamo incontrato il dott. Alessandro Sordi, CEO e Co-Founder di Nana Bianca, al quale abbiamo posto alcune domande.
Italian Lifestyle viene definito un “laboratorio concreto” per il futuro dell’industria italiana: in che modo Nana Bianca contribuisce a trasformare l’innovazione tecnologica in soluzioni reali e scalabili per le PMI del Made in Italy?
«Nana Bianca contribuisce a rendere l’innovazione tecnologica concreta e scalabile partendo da un presupposto chiave: oggi molte medie e grandi aziende italiane faticano a fare ricerca e sviluppo interna, perché la velocità dell’innovazione, specialmente in campo digitale, è talmente rapida che i tempi dell’innovazione digitale non sono compatibili con i processi decisionali e finanziari tradizionali delle corporation.
In questo contesto, le start up – agili, veloci e destrutturate – vengono interpretate come veri e propri centri di Ricerca e Sviluppo esterni alle grandi aziende. Tuttavia, start up e imprese consolidate parlano linguaggi diversi e operano su piani culturali e organizzativi lontani. Il ruolo di Nana Bianca è proprio quello di colmare questo divario.
Quindi, andiamo letteralmente a cercare e selezioniamo realtà innovative della “dimensione giusta”, né troppo piccole né troppo strutturate, agendo da catalizzatore e traduttore tra questi soggetti e le corporate. Nana Bianca media il processo di innovazione, conoscendo i limiti e le esigenze di entrambe le parti, facilitando l’incontro e accompagnando la sperimentazione fino a farla attecchire all’interno delle aziende. Un lavoro di “vivaio” dell’innovazione, costruito in modo mirato e progressivo, nato dall’esperienza diretta e oggi diventato il fulcro del suo posizionamento».
Lei sottolinea il passaggio dell’innovazione dalla dimensione software a quella dei prodotti e dei processi industriali: quali sono oggi le sfide principali per la manifattura italiana in questa transizione e come l’intelligenza artificiale sta accelerando questo cambiamento?
«Attualmente, in Italia il dibattito sull’intelligenza artificiale si concentra soprattutto sul linguaggio e sugli LLM, ambiti controllati da poche grandi aziende internazionali che continuano ad investire enormi capitali.
Il vero spazio competitivo si apre invece nell’hardware e nella meccanica di precisione, ambiti in cui il Paese vanta competenze distintive. L’integrazione dell’intelligenza artificiale in macchinari, sistemi industriali, robotica, biotecnologie e protesica rappresenta un salto evolutivo decisivo: tecnologie finora passive diventano intelligenti e autonome. In questo campo l’Italia può giocare un ruolo di primo piano, combinando intelligenze sviluppate altrove con un hardware d’eccellenza. La sfida per gli imprenditori è quindi inserire in modo strutturale l’AI nei processi industriali, trasformandola in leva concreta di competitività».
Il programma mette in dialogo start up, grandi corporate e mondo della ricerca: quanto è strategico, secondo lei, il modello di Open Innovation per mantenere competitivi settori chiave come moda, food e turismo sui mercati internazionali?
«Nel panorama competitivo attuale, settori chiave come moda, food e turismo, da sempre pilastri dell’economia tricolore, si trovano a dover affrontare una sfida globale senza precedenti.
Non basta più ragionare a livello nazionale o europeo: oggi i veri avversari sono player internazionali, capaci di muovere capitali ingenti e di dettare nuove regole del gioco. Se nel turismo, per esempio, il vero nemico non è una destinazione estera ma il colosso del marketing digitale – da Google a Meta – il rischio è di trovarsi a competere su un terreno dove le regole sono scritte altrove.
In questo scenario, l’innovazione non è più solo una leva, ma diventa la bussola per orientarsi in mercati in continua trasformazione, dove le regole sono in costante evoluzione e dove la differenza, spesso, la fa chi riesce a scovare strade alternative e non battute. Le aziende che continuano a investire secondo schemi tradizionali rischiano di perdere terreno, mentre chi sa sfruttare il digitale può ancora trovare un “oceano blu” – per citare il celebre saggio – dove la concorrenza è minore e le marginalità più alte. Solo così si può sfuggire all’erosione dei profitti imposta dai giganti globali e continuare a scrivere una storia di successo, tutta italiana».
Le realtà selezionate nel batch 2025 operano in ambiti molto diversi, dal food sostenibile al lusso e all’anti-contraffazione: quali elementi comuni avete riscontrato nei progetti selezionati e cosa rende oggi una start up davvero pronta a collaborare con l’industria
«Le start up selezionate si distinguono per la solidità delle metriche: non si tratta di progetti sperimentali, ma di realtà già validate dal mercato, capaci di attrarre l’interesse delle grandi corporation grazie ai risultati concreti. Fondamentale è la componente tecnologica digitale, che rappresenta il filo conduttore tra i vari progetti: il digitale è utilizzato come leva per scalare il proprio business, valorizzando sia l’aspetto fisico e meccanico dei prodotti – come nel caso delle soluzioni anticontraffazione per la moda, integrate direttamente nei tessuti – sia la scalabilità e il monitoraggio tramite software avanzati.
Un ulteriore elemento comune riguarda la qualità dei team: fondatori e manager sono giovani, competenti e altamente qualificati, un fattore che interessa particolarmente le multinazionali, pronte spesso ad acquisire le start up proprio per integrare talenti di valore. In sintesi, le realtà pronte a collaborare con l’industria sono quelle con numeri solidi, tecnologie digitali integrate e team di eccellenza».
I numeri complessivi del programma raccontano un impatto crescente: quali risultati concreti di questa edizione ritenete più significativi rispetto alle precedenti e quali sono le prossime sfide e gli obiettivi strategici per consolidare questo posizionamento a livello nazionale e globale?

«I programmi di accelerazione possono essere valutati da prospettive ben diverse. Se da un lato l’investitore guarda al capital gain e al valore crescente del portafoglio start up, il modello di Italian Lifestyle punta invece soprattutto all’impatto sociale ed economico sul territorio. Promosso da Intesa Sanpaolo Innovation Center, Fondazione CR Firenze, il programma privilegia la creazione di occupazione locale, la nascita di nuovi progetti e la realizzazione di accordi concreti tra start up e imprese, misurando ad esempio quanti posti di lavoro vengono generati grazie al contributo diretto delle start up, sostenute da un “grant” di 20 mila euro ciascuna.
Guardando al futuro, la sfida è ambiziosa: il prossimo passo sarà coinvolgere maggiormente le corporate non solo nella progettazione, ma anche nelle operazioni di M&A (Mergers and Acquisitions), con opzioni concrete di acquisizione sulle nuove aziende promettenti. L’obiettivo è rafforzare il legame tra innovazione locale e investimenti strategici, integrando nel percorso anche la dimensione del venture capital e delle acquisizioni, e dialogando direttamente con i team dedicati all’innovazione e agli investimenti delle grandi aziende».
Il rinnovo dell’accordo tra Intesa Sanpaolo Innovation Center e Fondazione CR Firenze, con Nana Bianca e Fondazione per la Ricerca e l’Innovazione dell’Università di Firenze, conferma Firenze come laboratorio permanente di innovazione: quale ruolo può giocare il territorio fiorentino, con il suo patrimonio manifatturiero e culturale, nello sviluppo del nuovo Made in Italy ad alto contenuto tecnologico?
«Firenze si conferma un territorio dalle potenzialità uniche, pur tra le sue note difficoltà nel fare impresa e industria. Da fiorentino, riconosco come sia complesso avviare attività produttive in questa città: basti pensare alle sfide logistiche, come la carenza di alloggi disponibili per i dipendenti, spesso assorbiti dal turismo e dalla crescita degli affitti brevi come Airbnb. Questo fenomeno, apparentemente marginale, finisce per influire sulle decisioni delle aziende, che preferiscono investire altrove dove i costi sono più sostenibili.
Tuttavia, proprio queste criticità aprono spazi per un modello alternativo di sviluppo: Firenze si presta perfettamente come laboratorio di pensiero, creatività e progettazione d’eccellenza – un luogo in cui la qualità della vita e la storia culturale favoriscono la nascita di idee originali e innovative. Qui, più che la produzione su larga scala o l’installazione di grandi impianti tecnologici, è possibile coltivare il talento e le competenze, facendo della città una vera e propria nursery di progettualità, capace di generare prodotti e servizi destinati a conquistare i mercati globali.
Senza voler scomodare paragoni altisonanti con il Rinascimento, è proprio nel saper valorizzare le menti brillanti – lasciando che pensino, ideino e sviluppino soluzioni – che Firenze può continuare a giocare un ruolo strategico nell’innovazione, anche in assenza dei grandi poli produttivi o dei data center dell’intelligenza artificiale. La forza della città sta dunque nella capacità di essere fucina di idee, incubatore di talenti e culla di progetti che, partendo da qui, possono trovare applicazione e successo in tutto il mondo».




